Ci sono termini che ormai fanno parte del lessico politico e a cui difficilmente si sfugge. Prendiamo ad esempio il termine “rimpasto”.

Nella vituperata “Prima Repubblica”, il rimpasto era una pratica molto utilizzata per “riequilibrare” le forze di governo, assecondare le richieste dei partiti e spesso delle loro “correnti” interne. Poi il termine è rimasto sottotraccia, anche la pratica è proseguita.

In questi ultimi mesi, invece, la parola “rimpasto” è tornata più volte prepotentemente alla ribalta

Ai primi di giugno, a seguito dei risultati delle elezioni europee, sembrava che fosse imminente un rimpasto di governo piuttosto consistente, e riguardasse soprattutto alcuni sottosegretari del Movimento 5 Stelle, passati attraverso la “graticola” dei colleghi parlamentari.

Nelle scorse settimane abbiamo assistito ad un “minirimpasto” nell’Esecutivo: il ministro per la Famiglia e le disabilità, Lorenzo Fontana, è stato chiamato a ricoprire la carica di ministro per gli Affari europei, al posto dell’ex ministro Paolo Savona, passato a presiedere la Consob. Fontana è stato a sua volta sostituito da Alessandra Locatelli, dimessasi dalla carica di vicesindaco di Como.

Rimangono da qualche tempo nel Governo due caselle ancora vuote, quelle lasciate dal sottosegretario e dal viceministro alle Infrastrutture e trasporti, rispettivamente Armando Siri ed Edoardo Rixi. E chissà che anche la loro sostituzione non richieda un ulteriore rimpasto.

Ma è soprattutto dopo il voto al Senato sulla TAV che ha plasticamente mostrato le divisioni nella maggioranza, che il termine rimpasto sta tornando alla ribalta (“rimpasto o nuove elezioni”, pare sia stato il dilemma).

In passato il rimpasto avveniva dopo la consueta “verifica”. Le verifiche potevano essere piuttosto rapide (tutto si risolveva nel giro di qualche ora) oppure impegnare per settimane in discussioni, trattative, polemiche il Governo e spesso il Parlamento.

Anche nei giorni, a seguito di continue tensioni tra gli alleati di Governo, da parte di qualcuno si è evocata la necessità di una “verifica”. Ora però viene ventilata l’ipotesi di elezioni anticipate.

Cacciati frettolosamente dalla porta, come si vede, alcuni termini spesso rientrano dalla finestra, anche perché fanno ormai parte oltre che della prassi, del linguaggio stesso della politica italiana.

La situazione è più che mai incerta. Non è ancora escluso che, per far decantare le tensioni politiche durante l’estate e in attesa dell’autunno (che non potrà – ça va sans dire – che essere “caldo”), possa tornare un’altra vecchia conoscenza della “Prima Repubblica”: il “governo balneare”.

Ma per far questo sarebbe necessario forse, per rimanere sul tema, un “mandato esplorativo”.