Una mia riflessione sul “Giornale di Brescia” di oggi. Scarica il link.

«Io credo che sono perfettamente contrarie al nostro spirito, alla sostanza della nostra grandezza, quelle manifestazioni nuove di intransigenza nazionalista di questi egoistico-patriottici».

Queste parole, pronunciate nel 1921 da un poco più che ventenne Lodovico Montini colpiscono ancora oggi.

Montini stava rispondendo alle affermazioni di un altro giovane, Giuseppe Salvatore Manfredi, compagno di università del fratello Giovanni Battista a Roma. Manfredi, rivolgendosi agli studenti bresciani della Fuci ed in particolare a Lodovico, aveva più volte evidenziato come fosse necessario, da parte dei cattolici italiani, non lasciarsi contagiare da certe forme di inutile “umanitarismo”, ma recuperare piuttosto un vero spirito patriottico.

Lodovico nel suo scritto offriva non solo un’interpretazione di quello che poteva essere a suo parere l’autentico patriottismo, ma ampliava lo sguardo al ruolo del nostro Paese all’interno del contesto europeo. Egli osservava che «per alimentare una civiltà europea non occorrono aliti di sciovinismo».

Offriva perciò un’analisi impietosa di un’Italia che rischiava di isolarsi dal contesto internazionale: «E noi, che forse siamo fatti per una grande opera, crediamo di ingrandirci nazionalizzando i baluardi delle nostre incapacità, delle nostre deficienze materiali».

E aggiungeva una considerazione che poi, affinandosi con il tempo, avrebbe caratterizzato il suo impegno diretto in politica, negli anni della ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale: «È più da italiani tendere ad un internazionalismo del diritto, nelle provvidenze sociali, nella emigrazione di carattere commerciale, nella stessa cultura… che non rappresentare bene la parte di provinciali gonfi e taccagni tutori del proprio personalismo».

Era la condizione necessaria per gettare le basi per una nuova realtà che egli definiva «gli Stati Amici d’Europa».

Lodovico Montini, come è noto, fu un europeista convinto, attivamente impegnato nella politica internazionale. Nel drammatico periodo del dopoguerra fu presidente della delegazione italiana dell’Unrra (United Nations Relief and Reabilitation Administration) e rappresentò il nostro Paese a Londra, all’assemblea che deliberò gli aiuti all’Italia. Per molti anni fu poi presidente dell’Amministrazione per le attività assistenziali italiane ed internazionali (Aaii).

Nel 1946 veniva nominato membro del Consiglio di amministrazione del Fondo delle Nazioni unite per l’infanzia (Unicef), occupandosi a livello europeo delle organizzazioni per i rifugiati e profughi delle Nazioni Unite. La sua visione del ruolo dell’Europa era chiara.

In uno scritto del 1952, anch’esso di stringente attualità, affermava: «L’Europa non vive se è sola. E anche in omaggio alla sua tradizione, alla sua storia, l’Europa non può rimanere estranea alla vita del mondo. È questa l’impostazione di una politica estera completa, sia per l’unità europea, sia per quello che l’unità europea rappresenterà per il domani».