Vorrei proporre una breve riflessione, stimolato dalle considerazioni da Matteo Truffelli nel suo libro La P maiuscola. Fare politica sotto le parti, sulla mia esperienza politica.
Il mio impegno si è concretizzato in momenti e in contesti differenti. La prima volta, più di 25 anni fa, come consigliere comunale nell’Italia dei primi anni Novanta. La seconda fino a pochi mesi come consigliere regionale.
È indubbio che in questi anni sia mutata la situazione generale: allora un clima complesso ma comunque desideroso di rinnovamento (anche della politica), oggi un clima in cui spesso emerge la sfiducia (nella capacità di andare verso condizioni migliori) se non il rancore (alla ricerca di qualche colpevole, possibilmente diverso da noi).
La politica e chi si dedica direttamente all’impegno politico non potevano non risentire di questi cambiamenti. La sfiducia – se non la rabbia – nei confronti della politica e dei ‘politici’ deriva da aspettative forse troppo alte che si sono poste nella politica (e che essa ha colpevolmente alimentato) di risolvere magicamente tutti i problemi, quando la politica è difficile arte (quando svolta bene) di conseguire il maggior bene possibile, nella sfida di comporre interessi diversi per un bene più generale.
La politica per sua natura è relazione, anche conflittuale, ma comunque sempre nel riconoscimento di un (pur minimo) comun denominatore tra gli interlocutori. Spesso oggi questo non accade più. La delegittimazione prevale sulla legittima contesa e questo porta ad una disaffezione sempre maggiore dei cittadini.
Più che la ‘convivialità delle differenze’ (don Tonino), prevale lo “scontro delle identità”, ossia tribù che si fronteggiano, composte da tifoserie più che da cittadini. Questo porta ad una politica che ha necessità di leader solitari più che di processi condivisi, di linguaggio violento e fatto di battute più che di ragionamenti.
I social (meravigliosi e fantastici per molti aspetti), in quest’opera di appiattimento sono diventati micidiali. L’orizzontalità (tutti uguali) come cifra del giudizio, l’interscambiabilità (tutti possono fare tutto), l’incompetenza esibita come vanto e dimostrazione di ‘purezza’.
Nella mia esperienza, che ritengo molto positiva, una delle cose che più mi è mancata è stata quella di momenti in cui confrontarmi con altri credenti che, pur con opzioni partitiche differenti, sono impegnati in politica.
Scrive Truffelli: “A chi si dedica all’attività politica dobbiamo offrire la certezza di avere un porto a cui fare ritorno per trovare spazi di fraternità, occasioni per verificare e ripensare in maniera aperta e disinteressata le questioni e le scelte con cui si devono misurare, opportunità per metter a confronto punti di vista differenti ma nutriti da una stessa sensibilità”.
Dobbiamo ammettere che questo, nelle nostre parrocchie e anche a livello diocesano, è mancato. Non tanto per una esigenza egoistica, ma per sentirmi comunque, con altri, all’interno di un comune percorso, chiamato anche criticamente a “rendere ragione” delle scelte fatte.
Scrutando nelle mie agende, noto che fino a pochi mesi prima del mio impegno diretto in politica ero spesso chiamato nelle realtà ecclesiali ad incontri di riflessione, confronti e dibattiti sull’importanza dell’impegno politico per un cristiano (“la più alta forma di carità…” ecc.), o ad approfondimenti sulle encicliche sociali e la situazione attuale.
Quando il mio impegno in politica è diventato realtà è come se tutto ciò si fosse dissolto. I periodici richiami sulla necessità di cristiani impegnati in politica mi sono parsi stridere con la “marginalità ecclesiale” da parte di quelli che già ora lo sono. E sì che di temi da condividere e sui quali confrontarmi anche con la comunità cristiana ve n’erano molti, e stavolta vissuti direttamente sul campo: temi sociali o educativi o anche solo temi che riguardano situazioni particolari (es. la condizione dei detenuti o altro). In sintesi: in 5 anni sono stato chiamato 3 volte in realtà parrocchiali. Come se la stessa persona fosse diventata di colpo un’altra.
Evidenzio questo non in quanto solo mia esperienza personale, ma perché comune a tanti cristiani impegnati in politica.
Chiudo con tre brevi sottolineature.
La competenza e la preparazione. In questi anni si è dimenticato che la politica è comunque preparazione. Sono condivisibili i richiami valoriali, ma ci vuole, come esigiamo per qualsiasi altro campo dell’attività umana, seria preparazione per svolgere questo compito (pensiamo ad es. come spesso snobbiamo o demonizziamo le leggi e i principi dell’economia, con le conseguenze che poi vediamo).
Lo sguardo ampio. Spesso viviamo con i paraocchi nel nostro orticello. Pochissimi studiano e osservano quello che sta accadendo a livello globale in questo momento, e dimenticano che “tutto nel mondo è intimamente connesso” (Laudato sii). Pensiamo ancora di essere al centro del mondo mentre ormai siamo una periferia.
Costruire alleanze. Tra le cose positive della mia esperienza politica, una sicuramente è stata l’opportunità di creare relazioni e reti con tanti amministratori dei nostri comuni che quotidianamente affrontano la fatica dell’impegno politico diretto.
Mi trovo molto nella considerazione di Truffelli quando dice che è il momento di creare una “rete di collaborazioni attraverso cui rafforzare e rigenerare la trama del tessuto civile, mettendo in collegamento tra loro realtà diverse che dentro e fuori la Chiesa si impegnano per formare cittadini, contribuire fattivamente alla vita dei territori, immaginare un futuro migliore”.
È una delle strade da percorrere per sentirci tutti, ciascuno per la propria parte, responsabili di una politica con la “P” maiuscola.