Ecco il testo di un mio breve intervento sul “Giornale di Brescia” di ieri.

Scarica il link di “La via bresciana ai “Liberi e forti”, in “Giornale di Brescia” del 5 febbraio 2019.

È esistita una “via bresciana” rispetto all’appello “Ai liberi e forti” di don Luigi Sturzo, di cui in queste settimane si è ricordato il centenario? Dare una risposta netta a questa domanda è certamente difficile.

Tuttavia, nel rapido diffondersi del Partito popolare italiano in città e in provincia, con l’apertura di decine di sezioni in pochi mesi, si possono scorgere alcune peculiarità che portarono il Ppi, in occasione delle elezioni del novembre del 1919, a raggiungere nella nostra provincia ben il 45% dei consensi rispetto al 20% conseguito a livello nazionale.

Tutto ciò derivava senza dubbio da un humus pregresso, dalla vivacità di un mondo cattolico già fortemente presente in ambito sociale (attraverso le cooperative, le casse rurali, le leghe bianche, le società di mutuo soccorso) il quale maturò dopo l’Unità un percorso proprio, che si confrontava senza complessi d’inferiorità – potremmo dire – con la modernità anche in ambito politico. Se nel 1861 era stato lanciato il motto tranchant “né eletti né elettori”, per sottolineare il voluto distacco da uno Stato che non era riconosciuto come rappresentativo delle istanze cattoliche, a Brescia il percorso scelto, senza strappi ma con decisione, fu quello, elaborato soprattutto da Giorgio Montini, della “preparazione nell’astensione”. Un percorso che permise ai cattolici bresciani di entrare da protagonisti delle amministrazioni comunali e provinciali.

Ma forse il successo, pur se momentaneo, della “via bresciana” all’appello “Ai liberi e forti” si manifestò anche nella capacità di interpretare in modo proprio i rapporti con gli altri partiti politici in campo. A fronte di una linea maggioritaria uscita dal Congresso nazionale di Bologna (giugno 1919) di rottura con le altre forze politiche presenti nel panorama italiano, i popolari bresciani preferirono, fin quando fu possibile, proseguire la collaborazione con lo schieramento liberale moderato, ossia coloro con i quali da tempo erano alleati nel governo cittadino e provinciale. Giorgio Montini in una lettera di anni dopo ad Alessandro Comotti, che era stato direttore de “Il Cittadino di Brescia”, annotava: “Da allora (dalla sconfitta degli zanardelliani nel 1895) abbiamo mantenute tutte le posizioni, salvo due brevi parentesi in città: in tutte le amministrazioni pubbliche, opere pie, scuole, municipi, collegi di probiviri, istituti agrari ecc., abbiamo avuto la preponderanza dei seggi”.

Realismo? Adattamento delle indicazioni generali alla realtà locale? Su questo il dibattito è aperto. Tuttavia è innegabile come non solo nel 1919 ma anche in altri snodi della storia del Novecento le classi dirigenti bresciane abbiano avuto la forza di interpretare in modo originale alcuni percorsi politici nazionali, talvolta anticipando scenari non ancora chiaramente delineati.