Il ruolo delle associazioni e dei movimenti per l’affermazione della dignità della donna è stato oggetto di studio solo negli ultimi decenni, eppure è indubbio il loro contributo offerto anche su questo versante.

Scarica il link di “L’associazionismo bresciano femminile”, “Giornale di Brescia”, 12 marzo 2019.

Proprio sessant’anni fa a Brescia, nel marzo 1959, si tenne un importante convegno promosso dalle organizzazioni cattoliche femminili per ricordare il 50° della loro attività: migliaia di donne di varie età si ritrovarono per fare il punto sul cammino compiuto dai primi anni del secolo.

Infatti già dagli inizi del Novecento, dopo i tentativi pioneristici di Adelaide Coari (1881-1966) – fondatrice del Fascio femminile democratico, che richiedeva il riconoscimento di pari diritti in campo lavorativo e politico – era iniziato un percorso più consapevole dell’importanza dell’associazionismo femminile. Nel 1909 nasceva l’Unione Donne Cattoliche e nel febbraio 1918 Armida Barelli (1882-1952), fondatrice poi con padre Gemelli dell’Università Cattolica, dava vita alla Gioventù Femminile, un movimento che ebbe ben presto migliaia di adesioni, con compiti prevalentemente formativi e forte accentuazione della carica missionaria nei confronti del mondo giovanile

Dal 1919 la GF prese piede anche a Brescia e trovò ben presto la propria guida in Maria Freschi (1904-1944). L’attività in provincia era diversificata: assistenza alle operaie, convegni per lavoratrici domestiche, settimane sociali in cui intervenivano esperti sui vari temi con una vasta partecipazione popolare e soprattutto corsi di studio e di formazione nelle varie “plaghe” (le zone in cui era suddivisa la diocesi); si trattava per la gran parte di iniziative promosse dalle donne per le donne. Tutto ciò costituì per migliaia di ragazze una prima esperienza di impegno fuori casa, che si realizzava attraverso la partecipazione a convegni, gite, campeggi, pellegrinaggi, formazione di gruppo.

Durante e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale il quadro dell’associazionismo femminile cattolico si allargò ad altre esperienze e sensibilità. In campo sociale e caritativo, ad esempio, erano attive le sezioni della Conferenza di S. Vincenzo, oltre a varie associazioni di tipo scolastico e professionale con protagoniste le donne.

Era nato nel 1944 il Centro Italiano Femminile, che raggruppava associazioni e gruppi femminili impegnati sul piano della formazione religiosa, dell’apostolato di ambiente e dell’attività assistenziale. La conquista nel 1946 del voto per le donne costituì per l’associazionismo un’ulteriore occasione per un’opera di capillare informazione, che si realizzò formando esperte per le pubbliche amministrazioni, stimolando – con le Acli in prima fila – le lavoratrici a partecipare alla vita sindacale e svolgendo una vera e propria educazione politica.

La citata manifestazione bresciana del marzo 1959 faceva in sostanza il punto sui passi compiuti e su quelli ancora da compiere.

Gli anni Sessanta avrebbero dischiuso nuove prospettive anche circa il nuovo ruolo della donna nella società per il raggiungimento di un’effettiva parità. Tuttavia, senza un’adeguata conoscenza e rivalutazione del contributo dell’associazionismo (ci siamo soffermati su quello di matrice cattolica, particolarmente diffuso nel bresciano, ma vi era anche quello di matrice laica) non si può comprendere appieno il cammino dell’emancipazione femminile percorso nell’ultimo secolo.