Scarica il link di “Marta Reali, femminile sociale”, in “Giornale di Brescia” del 2 marzo 2019.

«Io ritengo che il vero contenuto del problema femminile resta ancora costituito da antichi pregiudizi e consuetudini che impediscono una più ampia presenza della donna a tutti i livelli della vita sociale; presenza che non vuol dire solo un impegno di azione in determinati ambienti, quanto quello di sentirsi parte viva di un processo evolutivo, di comprenderlo e di viverlo in conseguenza».

Marta Reali (1911-1991), di cui il 2 marzo ricorre l’anniversario della morte, aveva cinquant’anni quando poneva queste riflessioni, avendo alle spalle già una lunga militanza nel mondo associativo, soprattutto nella difesa delle lavoratrici.

Nata a Brescia da una famiglia numerosa, sesta di nove figli, si era impegnata attivamente fin da giovane nell’Azione Cattolica. Durante gli anni della Resistenza Marta fece parte, con Camilla Cantoni Marca, Maria Teresa Materzanini, Anna Maria Arici ed altre donne, delle “Massimille”, un gruppo di ragazze che, riunitesi attorno a don Giacomo Vender, fungeva da collegamento tra i partigiani e gli antifascisti incarcerati e le loro famiglie, attraverso il rifornimento di viveri e lo scambio di messaggi e comunicazioni.

Nell’immediato dopoguerra con don Giacinto Agazzi contribuì alla nascita e allo sviluppo delle Acli bresciane, soprattutto dedicandosi alla promozione del movimento femminile. Erano gli anni in cui le donne, acquisito il diritto di voto, prendevano man mano coscienza della propria rilevanza anche politica. Marta organizzò corsi di formazione e di cultura popolare rivolti esplicitamente alle donne lavoratrici e si impegnò, sempre a fianco di don Agazzi, nell’assistenza ad una categoria di lavoratrici allora diffusa nel bresciano, le mondine.

Dopo aver operato presso la segreteria delle Acli e della “Voce del Popolo”, insieme a Livia Feroldi e ad altri si dedicò al coordinamento dell’assistenza degli anziani del centro storico di Brescia.

Una delle costanti del suo impegno fu senza dubbio la battaglia per la dignità e la formazione delle donne lavoratrici. Per rendersene conto, è sufficiente scorrere i testi dei suoi interventi, raccolti qualche anno fa dal Ce.Doc. nel volume Marta Reali. Testimonianze e scritti.

In uno di questi, dal significativo titolo “La cultura non è un lusso”, osservava: «Essendo la cultura uno dei fattori che condiziona lo sviluppo della personalità umana, ne consegue che non può essere privilegio di pochi ma un bene cui tutti hanno diritto… eppure nel passato essa è stata spesso considerata un’attività di lusso, destinata solo a pochi e tra gli esclusi era naturalmente la donna».

Da qui la necessità di un impegno che doveva coinvolgere tutto il mondo associativo, a cominciare dai movimenti femminili: «Nella misura in cui riusciremo a far capire alla donna, soprattutto alla lavoratrice, che la cultura è un bene cui ha diritto e del quale non può e non deve fare a meno, aiuteremo la lavoratrice stessa a vivere la propria vita coerentemente alle proprie idee, a saper dare ogni giorno il suo contributo di riflessione, ad inserirsi nella società con senso di vera libertà, assumendo gli impegni che ciò comporta».

Un compito e un impegno che Marta ha vissuto in prima persona.