Un taglio squisitamente storico ha caratterizzato la prima giornata del XIV Colloquio Internazionale di studio promosso a Concesio dall’Istituto Paolo VI su “Paolo VI e la pace. La missione della Chiesa nella comunità dei popoli”. Come ha specificato il presidente dell’Istituto Paolo VI, don Angelo Maffeis, “la relazione tra la profezia evangelica della pace e la diplomazia come strumento che permette il dialogo tra i popoli si trova nel punto focale dei nostri lavori”.

La riflessione è partita dal tema “Paolo VI erede della politica estera della Santa Sede da Leone XIII”. Il prof. Jörg Ernesti ha osservato come nel periodo tra l’elezione di Leone XIII (1878) e la morte di Paolo VI (1978) è possibile distinguere una chiara linea di continuità in materia di rapporti diplomatici tra il Vaticano e gli altri stati. Tutti questi papi scelsero infatti una politica di conciliazione, una tutela giuridica della Chiesa attraverso i concordati e una più incisiva presenza nelle organizzazioni internazionali, promuovendo la mediazione per la pace e le azioni umanitarie. La Santa Sede aumentò il proprio prestigio a livello internazionale, tanto che si può parlare dell’epoca “dei papi diplomatici”.

Paolo VI fece della pace – ha rilevato il gesuita padre Francesco Occhetta – un ponte per ricongiungere i Pontificati del Novecento: “da una parte egli porta a compimento l’eredità di Giovanni XXIII, dall’altra permette a Giovanni Paolo II di superare la tradizionale dottrina della guerra giusta, che all’interno della Chiesa permetteva di arginare le guerre, sebbene non sia mai stata approvata ufficialmente dal magistero”.

Ripercorrendo le vicende del giovane Montini assistente della Fuci, Piero Doria ha documentato come Montini si vide fortemente coinvolto dal progetto del Partito Popolare Italiano; in secondo luogo, per formazione familiare e culturale, egli fu un convinto oppositore di qualunque tipo di governo che si richiamasse a ideologie estreme come certamente lo furono i regimi autoritari e totalitari sorti durante la prima metà del secolo scorso in Europa.

L’impegno di Montini per la pace a partire proprio dall’Europa è stato evidenziato da Agostino Giovagnoli. Ma dall’Europa lo sguardo si è presto rivolto al mondo. Fin da quando era arcivescovo di Milano, Montini manifestò infatti più volte attenzione verso le realtà extraeuropee, intervenendo direttamente per il sostegno e la promozione di iniziative che riguardavano l’Africa o l’America latina. Come papa, fu sempre consapevole dell’esigenza di coniugare la dimensione universalistica del suo ministero – come mostrano i suoi viaggi nei cinque continenti – e l’interesse per l’Europa. Fra i molti avvenimenti significativi del Pontificato (tra tutti il discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite nell’ottobre 1965), Giovagnoli ha sottolineato al riguardo l’importanza della partecipazione della S. Sede nel 1975 alla Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa. In essa fu decisiva l’azione della S. Sede per inserire la libertà di pensiero, coscienza e religione nell’Atto finale.