Oggi dimenticato, in passato più citato che letto, il cosiddetto «Codice di Camaldoli» ha ancora oggi, al di là di letture forse troppo «mitiche», qualcosa da dire. Come ebbe origine questo documento?

Il 24 luglio del 1943 si concludeva a Camaldoli, presso l’antico eremo situato nelle foreste del Casentino, al confine tra Toscana e Umbria, una settimana di lavori in cui erano stati coinvolti studiosi cattolici di varie discipline (economisti, giuristi, sociologi, filosofi) per riflettere sulla drammatica situazione del Paese e soprattutto su quale ordinamento sociale proporre per il futuro di un’Italia avviata verso la sconfitta bellica e verso una difficile ricostruzione.

Decisi a superare la concezione corporativa e statocentrica del regime fascista, i partecipanti, una trentina su sessanta invitati, elaborarono i principi di una nuova organizzazione della convivenza civile, alternativa sia al liberalismo sia al socialismo.

Terminata questa settimana di studi, da fine luglio del 1943 alla primavera del 1945, pur nelle difficoltà delle comunicazioni dovute ai mesi più difficili della guerra, i partecipanti agli incontri di Camaldoli – coordinati da Sergio Paronetto e da Pasquale Saraceno – si tennero in contatto, allargando ad altri amici la condivisione delle «idee ricostruttive» e lo scambio di documenti per la rinascita democratica. Un contributo in tal senso fu dato anche dai bresciani Lodovico Montini e Franco Feroldi.

Prese così vita man mano quello che poi sarebbe divenuto famoso con il nome di «Codice di Camaldoli», pubblicato nella primavera del 1945 dall’editrice Studium con il titolo Per la comunità cristiana. Principi dell’ordinamento sociale.

I titoli dei capitoli del «Codice» sono emblematici e per certi aspetti richiamano alcuni dei principi che poi sarebbero confluiti nella nostra Costituzione repubblicana: il fondamento spirituale della vita sociale, lo Stato, la famiglia, l’educazione, il lavoro, la destinazione e la proprietà dei beni materiali, la produzione e lo scambio, l’attività economica pubblica, la vita internazionale.

Alla base di tutto vi è un concetto che attraversa tutti i vari capitoli, sia che si parli di ordinamento dello Stato che di attività economica che di attività internazionale o di educazione: quello di giustizia sociale. Esso veniva così introdotto: «Poiché la vera ricchezza e la sola forza della società è nelle energie degli individui, l’interesse della società è di fare che tutte queste energie siano portate al massimo sviluppo di cui sono capaci ed impedire che rimangano non svolte e puramente potenziali, per modo che ciascuno eserciti le sue facoltà individuali e sociali or dando e ora ricevendo per il bene suo e quello degli altri».

Gli autori ponevano con lungimiranza la giustizia sociale come snodo decisivo per il perseguimento del bene comune, punto di raccordo tra dimensione privata ed impegno pubblico e soprattutto condizione indispensabile per uno sviluppo economico che fosse «di tutti e di ciascuno».

Sergio Paronetto (1911-1945) nel 1941