“È in crisi il modello tradizionale di sviluppo liberal-capitalistico; esplodono, di giorno in giorno, forme di violenza e di terrorismo che stanno seriamente minando le basi della convivenza civile. A questo si deve aggiungere la crescente sfiducia dei cittadini nei confronti dello Stato democratico, accusato di non saper tutelare nemmeno l’incolumità fisica delle persone e la perdita di credibilità della classe politica, giudicata, con luoghi comuni ma anche a ragione, corrotta, incapace, interessata, clientelista. Per finire dobbiamo constatare il fenomeno preoccupante dello smarrimento e della solitudine sociale e spirituale dei giovani che non sanno più scaldare del loro entusiasmo delle loro utopie il mondo e l’accentuazione del fenomeno dell’individualismo.
Da una prima immediata lettura mi pare evidente che la crisi non riguarda soltanto la sfera dell’economico e del politico bensì si affonda nella sfera etico-morale e religiosa.
Lo stesso quadro politico e sociale, rispetto a qualche anno fa, è profondamente mutato.
È chiaro allora che, per una realtà come la nostra radicata nei valori della tradizione democratica, cristiana e popolare, occorre ridefinire modi, contenuti, tempi di presenza, mantenendo sullo sfondo del nostro impegno civile l’aspirazione verso una società più giusta, più libera, più umana, più responsabilizzata.
Mi pare invece che da qualche tempo in molti di noi manchi proprio la consapevolezza del compito che ci attende, l’attenzione sensibile a quello che accade, con il rischio di ridurre a volte il nostro agire a pragmatismo, ad attivismo, a gestione solo efficientistica e tecnicistica della cosa pubblica.
Mi redo conto che la stanchezza e la sfiducia, in una società sorda quando non sprezzante verso le nostre sollecitazioni, possono impadronirsi di noi, ma vorrei ricordare che perenne entusiasmo e disponibilità deve venirci da quella spinta ideale che ricaviamo dal messaggio cristiano, per il quale si deve servire ogni uomo come fratello anche al di là della riconoscenza, perchè l’uomo ha bisogno di un amore più grande di quanto sembra meritare.
E per noi il fratello è soprattutto il povero, quello che da sempre subisce ingiustizia ed è dimenticato nei sui bisogni e nei suoi diritti”.

Queste riflessioni, ancora decisamente attuali, le svolgeva un giovane ventisettenne quarant’anni fa, nel 1977, Gervasio Pagani, del quale si ricordano quest’anno i trent’anni dalla scomparsa.