Nell’ètà “della tarda della democrazia”, come titolava un libro uscito qualche anno fa, quale è il senso dell’impegno politico?
Soprattutto, ha ancora valore la politica, visto che sembra che ormai interessi poche persone (sempre meno), lasciando indifferenti i più?
Una parola chiara l’ha pronunciata il Capo dello Stato, in riferimento all’affermazione che la scarsa partecipazione agli appuntamenti elettorali e il divario tra cittadini e istituzioni che si allarga sempre più sia un fatto ormai irreversibile, caratteristico delle cosiddette “democrazie mature”. Egli ha sostenuto che la fiducia è fondamentale per la ‘buona salute’ delle istituzioni democratiche. Soprattutto ha insistito sul fatto che nessuno può chiamarsi fuori dal dovere di cittadinanza: “chi avverte autenticamente il proprio status di cittadino non si sente un creditore che esige soltanto ma avverte che siamo tutti, contemporaneamente, creditori e debitori nei nostri comportamenti”.
E la politica? Tornando al tema iniziale, è evidente quindi che un recupero del senso vero dell’impegno politico, dell’impegno per la polis, non può non partire dalla consapevolezza della necessità di un recupero della vicinanza tra chi esercita un ruolo istituzionale e il cittadino, nella consapevolezza delle responsabilità di ciascuno.
Ecco il senso primario della partecipazione, uno dei pilastri di tutti gli ordinamenti democratici. Essa si esprime, essenzialmente, in una serie di attività mediante le quali il cittadino, come singolo o in associazione con altri, direttamente o a mezzo di propri rappresentanti, contribuisce alla vita culturale, economica, sociale e politica della comunità civile cui appartiene. La partecipazione è un dovere da esercitare consapevolmente da parte di tutti, in modo responsabile e in vista del bene comune.
Promuovere la partecipazione dei cittadini ai diversi momenti decisionali rappresenta uno dei compiti più importanti delle istituzioni pubbliche: la partecipazione è l’ossigeno delle democrazie, che, pur con tutti i difetti che hanno, parafrasando Churchill, sono ancora la miglior forma di governo della cosa pubblica che la storia ha prodotto.
I concetti di inclusione, coinvolgimento, partecipazione dei cittadini all’amministrazione pubblica, sono entrati nella programmazione e gestione dei servizi e delle relazioni con il pubblico, comportando importanti cambiamenti a partire dall’ente locale.

E per i cristiani? L’appello alla partecipazione e all’impegno politico è ancora più stringente.
Il Concilio Vaticano II ha chiarito in maniera ormai definitiva che ogni cristiano ha il dovere-diritto di interessarsi e di impegnarsi, secondo le proprie possibilità e capacità, nella politica per promuovere una società a servizio della persona, principio-centro-fine di ogni sua azione nella luce del Vangelo.
Il cristiano non disprezza o non considera irrilevante l’attività politica, ma invece la ritiene fondamentale per il perseguimento del bene comune, e sostiene pertanto l’attenzione e la convinta partecipazione di ogni cittadino, compreso l’esercizio del voto.
Egli sa distinguere tra scelta di fede e impegno partitico. Se i principi etici sono immutabili, l’azione partitica, che pure deve ispirarsi ai principi etici, non consiste di per sé nella realizzazione immediata dei principi etici assoluti, ma nella realizzazione del bene comune concretamente possibile nel quadro di un ordinamento democratico.
Per questo, in concreto, può accadere che, quando non sia possibile ottenere di più, proprio in forza del principio della ricerca del miglior bene comune concretamente possibile, si debba o sia opportuno accettare un bene minore o tollerare un male minore rispetto a un male maggiore.
Da tempo la Chiesa riconosce che una diversità di opzioni partitiche è legittima, purché si tratti di partiti o scelte che non contraddicano la fede o i valori cristiani.
Il cristiano perciò evita l’astensionismo indifferentista, il rifugio nel privato, la delega in bianco. Piuttosto si batte per quello che è il “bene comune”, espressione purtroppo spesso bistrattata.

Sappiamo dalla Dottrina Sociale della Chiesa che per bene comune s’intende “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente.
Infatti il bene comune “non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro”.
È un bene arduo da raggiungere, perché richiede la capacità e la ricerca costante del bene altrui come se fosse proprio.

L’A Diogneto ha illustrato molto bene il paradosso della “doppia cittadinanza” dei cristiani, chiamati ad essere “nel mondo, ma non del mondo”. Il cristiano sa che il mondo non è soltanto il luogo dei falsi valori, ma costituisce anche la grande, insostituibile occasione per testimoniare quelli veri. Egli non è nemmeno nel mondo per costruire in esso esclusivamente la sua individuale salvezza, secondo certe errate visioni di parte.
Il Concilio e l’insegnamento successivo della Chiesa hanno più volte riaffermato la responsabilità del cristiano: “Il Concilio esorta i cristiani, dell’una e dell’altra città, di sforzarsi di compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi guidare dallo spirito del Vangelo. Sbagliano coloro che, sapendo che qui non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano che per questo possono trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli” (Gaudium et Spes, 43).
Quello per il bene comune è quindi un impegno non solo per pochi, ma per tutti, a seconda delle proprie capacità: “È tanto nobile il posto che Dio ha assegnato ai cristiani, che a nessuno è permesso disertare” (A Diogneto, VI, 10).

Per approfondire:

M. Perrini, A Diogneto. Alle sorgenti dell’esperienza cristiana, La Scuola, Brescia 1985.
Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio DSC, Roma 2006.
L. Ornaghi, Nell’età della tarda democrazia, Vita e pensiero, Milano 2013.
B. Bignami, Un’arca per la società liquida, EDB, Bologna 2016.
P. Ginsborg – S. Labate, Passioni e politica, Einaudi, Torino 2016.
S. Cassese, La democrazia e i suoi limiti, Mondadori, Milano 2017.
L. Violante, Democrazie senza memoria, Einaudi, Torino 2017.